QUALCHE OPINIONE SULL'ESPERIENZA EMMAUS
abbiamo raccolto qui alcuni messaggi spediti al gruppo: sono le opinioni di alcuni ragazzi che hanno vissuto un'esperienza di condivisione in comunità.
questa è una
lettera che ci ha spedito uno studente francese che molto spesso partecipa ai
campi di lavoro Emmaus, in Italia e nel mondo.
A Cuneo ha partecipato agli ultimi tre campi.
Lione, lunedì 3 gennaio 2000.
CONVERSIONE
Oggi, come d’altronde ogni giorno, una grandissima nostalgia stringe il mio cuore e la mia anima. Una nostalgia che si suona secondo il motivo della Amicizia, della Condivisione e dell’Amore. Ho appena cominciato questa lettera e le lacrime già mi vengono agli occhi. Non sono triste, solo che mi rendo conto con una intensità sempre più acuta che lontano da voi mi manca qualcosa di fondamentale. Non so cosa, forse il fatto di mettere in pratica il valore con il quale tutto prende un senso nuovo: l’Amore. Di sicuro, una buona parte del mio essere è rimasta con voi. E rimarrà. Ieri, oggi e sempre.
Anche se non è stato sempre facile, ogni esperienza di servizio tra di voi ha fatto crescere come un appello. Questo appello, da scarso eco è diventato “piano forte”. Sì, ogni volta che mi trovo in mezzo a voi è per me l’occasione di approfondire la ricerca che faccio - come ogni essere umano - sul senso della vita. Se è vero che è una ricerca quotidiana, è anche vero che la mia presenza occasionale in comunità mi chiama più fortemente in causa. Io sono convinto, come l’Abbé Pierre ha scritto, che possiamo scegliere fra due strade principali nella vita: essere un “uomo sufficiente” che si preoccupa solo di se stesso, o vivere per e con gli altri (per ogni strada ci sono ovviamente diverse stradine, cioè diversi modi di vivere ogni faccia della alternativa).
La domanda "E gli altri ?" si fa sempre più presente in me. "Vivere per e con gli altri, ecco un bell’ideale", mi dice una voce interna. Ma un’altra gli risponde subito: "Sì, ma farlo ogni tanto è più facile che farlo ogni giorno". Ed è vero; il problema è questo: Thibault, saresti pronto a lasciare tutto per servire gli altri? Non è una piccola domanda alla quale si può rispondere dopo solo due minuti di riflessione. Si tratta di una scelta fondamentale, di un impegno rivoluzionario.
Anzi, si tratta di una vocazione. Vocazione viene dalla parola latina Vocare, che vuole dire chiamare. Certo, mi sento chiamato a servire prima i più sofferenti, qualunque siano. Ma per rispondere a questo appello, è necessario un lungo percorso di conversione interiore. Qui, dobbiamo meditare la vita esemplare dell’Abbé Pierre: prima di entrare nella Resistenza e di fondare Emmaus, ha passato sette anni in un convento. Sette anni di adorazione contemplativa, di maturazione, di crescita spirituale, durante le quali ha fatto “il pieno” di forze per servire i poveri senza fermarsi. Senza questa rivoluzionaria conversione integrale all’Amore, l’Abbé Pierre non ce l’avrebbe mai fatta: fisicamente, da bambino era molto fragile e dopo lo è rimasto; ed oggi, malgrado tutto quello che ha fatto e la malattia di Parkinson, è ancora vivo!
Non pretendo di essere un superuomo. Le mie capacità sono limitate ed ogni giorno che Dio fa mi rivela le mie multiple debolezze. Perciò non sono ancora capace di fare come i discepoli che lasciarono tutto per seguire Gesù; cioè non me la sento ancora di vivere solo per e con gli altri. Devo ammetterlo: il mio egoismo è ancora fortissimo. La vita è una lotta: amare solo se stesso o amare e servire gli altri. Questa lotta interiore mi abita; la vivo quotidianamente, con passi avanti ma anche con molti dubbi e passi indietro. E il poco che faccio concretamente quando sono in mezzo a voi mi permette di dare più intensità a questa lotta. La mia strada di conversione è di sicuro ancora lunga, però non perderà la fede: voglio provare di convertirmi alla vera Vita, quella dell’Amore integrale e della Condivisione.
Siete presenti in me ad ogni momento, qualunque sia il mio impegno. Fate parte di me, e questa presenza mi accompagnerà ovunque. Grazie per tutto quello che ho imparato con voi: nel mio tentativo di conversione, siete una tappa capitale. Anche se non sono in comunità, potete contare sulla mia comunione spirituale.

questa è un'e-mail che abbiamo ricevuto il 4 agosto del 1999: si riferisce al campo di Cuneo dell'estate del 1999.
BUONGIORNO!
Non so chi leggerà questo messaggio, ma si indirizza un po' a tutti.
Durante queste due settimane di campo, avete provato che c'è
una vita per gli ideali, la buona volontà e quei valori della condivisione.
Prima l'avevo creduto impossibile, dunque grazie per la lezione di vita! Da
quest'esperienza non si può uscire intatti, e se sono partita un po' triste di
lasciare voi tutti e quel bel ambiente, avevo almeno una certezza: questo non
era una fine, ma un inizio, e me ne rallegravo.
Questo è quello che avrei dovuto dire l'ultima serata, ma in me non si era
ancora formato con parole, scusatemi! Ancora adesso non so se ho formulato bene
quello che penso.
Dalla Svizzera un grande GRAZIE!
Marion
questa è un'email che abbiamo ricevuto il 3 gennaio del 2001: fa riferimento ad un esperienza in comunità durante le festività natalizie dell'anno 2000.
Carissima comunità emmaus,
grazie di cuore per l'esperienza del campo.
Ho imparato molte cose da tutti e da
tutto: dai comunitari, dai campisti, ma soprattutto dal vostro stile di vita,
dai valori e dagli ideali che sorreggono le vostre scelte.
Grazie perché siete una vera e
propria "sfida": grazie perché trasformate i "rifiuti"
della nostra società (nella quale ho scoperto, purtroppo, di trovarmi anch'io) in
"vita" per voi stessi (che siete preziosi), per gli altri, per il nostro
pianeta.
Grazie per le cose che mi avete
insegnato, grazie per la vostra "formazione" (sulle varie miserie del
mondo) e per le informazioni che ci avete passato grazie alle quali orienteremo
molte delle nostre scelte.
Non credevo davvero che a meno di un
chilometro da casa mia esistesse una realtà tanto "potente", un
vero e proprio "segno" per i nostri tempi, una "forza".
Grazie per averci trasmesso un
diverso modo di leggere i fatti quotidiani (vd. immigrazione), per la
possibilità di apprendere alcune dinamiche della realtà
internazionale, ma soprattutto per la vostra capacità di intervenire su di esse
con una "concretezza" ed un' "efficacia" che mi hanno
davvero stupita.
Grazie di cuore
Marzia.
Non mancherete più nelle mie preghiere "notturne" (iniziate durante la mia esperieza "eremitica" a Limonetto) così come in quelle "mattutine" (iniziate proprio al vostro campo di "lavoro" verso il Santuario di Mellana).
un'altra lettera di un ragazzo italiano.
EMMAUS: ESPERIENZA INDIMENTICABILE
Di Mauro Rossi
Terno, 26 dicembre 2000, binario 2, ore 9; una decina di giovani aspettano trepidanti un treno: destinazione Boves, un paesino sito nelle fredde conche del cuneese,ove risiede una delle tante comunità Emmaus, comunità nate dal rischio e dalla lotta dell’Abbè Pierre e dei suoi compagni.
Alcuni di questi avventurosi giovani erano già stati qualche anno fa ad un campo di lavoro presso tale comunità e hanno voluto rivivere l’esperienza; per altri si trattava di un vero e proprio salto nel buio; alcuni avevano addirittura deciso pochi giorni prima della partenza.
Dopo un lungo viaggio, tra mille pensieri, siamo giunti a destinazione: una casa, un magazzino e... neve! Il campo di lavoro è iniziato, per molti di noi, a stretto contatto con la neve: spalare un candido manto bianco alto circa mezzo metro per chi non è abituato potrebbe far venire l’ernia.
In che cosa consisteva il campo di lavoro? La risposta è semplice, scarna, al primo impatto anche un po’ rude: otto ore di lavoro nella raccolta di materiale usato, nel riciclaggio e nella selezione di esso.nel comune di Boves la raccolta avveniva a domicilio mentre nei comuni limitrofi si andavano a sgomberare cantine, solai, negozi da tutto il materiale non più utilizzato dai rispettivi padroni. Nel cantiere della comunità sprovvedeva a smistare il materiale: gli oggetti riutilizzabili e in buono stato si portavano presso il mercatino per la vendita, gli oggetti non riutilizzabili venivano selezionati per il riciclaggio.
Un lavoro alla portata di chiunque, ma con un impegno rigoroso che impedisce di essere degli assistiti. Il tutto in un clima straordinario come quello della vita comunitaria: una grande famiglia unita ove si vive con uno spirito di nonviolenza e amicizia. E’ stato sufficiente lavorare insieme per un giorno e sembrava di conoscere da secoli i comunitari e gli altri volontari del campo.
L’ideale principale di Emmaus è guadagnarsi il pane quotidiano con il proprio lavoro e destinare il sovrappiù per il finanziamento di progetti si solidarietà per chi è in difficoltà. I progetti sostenuti da Emmaus hanno la caratteristica di tendere all’autosufficienza delle popolazioni interessate attraverso azioni ed iniziative che possono essere gestite autonomamente; sono volti a promuovere la formazione di nuove comunità Emmaus; cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica risvegliando e provocando le coscienze perché tutti possano vivere senza bisogno di essere assistiti nella piena realizzazione della propria dignità in un reciproco scambio di culture e valori.
Il lavoro è l’unica forma di sussistenza per chi è in comunità: non si accettano rette,contributi economici per il mantenimento,perché la sfida è proprio quella di vivere con il lavoro delle proprie mani, accontentandosi di una dignitosa vita sobria.
Le comunità Emmaus sono pronte ad accogliere anche tutte quelle persone che vivono situazioni di disagio ed esclusione (senza fissa dimora, dimessi dal carcere, persone sole, chi ha problemi di alcool): persone che guardano in faccia ai loro problemi e che vogliono prendere coscienza che la vita ha un senso, qualunque siano stati gli sbagli del passato. Una delle regole di vita della comunità è l’assenza dell’alcool e non sono poche le persone ex alcoliste che entrano in comunità (esiste anche un club alcolisti in trattamento che segue questo tipo di persone).
Non vivere da assistiti, guadagnarsi il pane con il proprio lavoro, dare il sovrappiù, progetti di solidarietà... sono tutte frasi, termini, parole che sembrano, in un primo momento, non facili da mettere in pratica nella vita di ogni giorno. In realtà, allargando un po’ gli occhi e guardandosi intorno ci riaccorge che si può fare qualcosa di grande nel proprio piccolo, che solidarietà non è poi un termine fuori dalla portata di ognuno di noi.
Viviamo in un mondo sempre più ingiusto; da una parte abbiamo inquinamento, clima pazzo, mucche pazze, polli alla diossina, bombe all’uranio, petroliere che distruggono interi ecosistemi; dall’altra parte abbiamo paesi pieni di gente sfruttata e povera (e poi ci lamentiamo che questa gente viene a trovare un briciolo di speranza nelle nostre città). Perché tutto questo? Liberismo selvaggio, americanizzazione del sistema, multinazionali che non guardano in faccia a nessuno ma guardano solo al profitto, può bastare? Ci vorrebbe un papiro per ognuno di questi temi ma ci limitiamo a dire che il liberismo selvaggio arricchisce sempre di più i ricchi e crea sempre più nuovi poveri, che alle multinazionali non interessa se, pur di aumentare i guadagni, bisogna far triplicare le emissioni di sostanze putride nell’aria e con esse le morti per tumori, oppure schiavizzare intere popolazioni del terzo mondo.
Consumo critico, boicottaggio dei prodotti di multinazionali che sfruttano, scelta dei prodotti del commercio equo e solidale, scelta di banche che non investano in armamenti, evitare di acquistare il superfluo, combattere lo spreco, favorire il riciclaggio. Ecco tutte le piccole cose che praticate nella vita di ogni giorno possono rendere visibili e vivibili gli ideali di Emmaus.
Cambiare il mondo è difficile (tanti hanno provato nella storia, senza mai riuscirci, anche per colpa dei loro errori), ma da queste piccole cose concrete si può iniziare qualcosa di vero.
Terno, 1 gennaio 2001, binario 2, ore 18; è arrivato il treno da Boves: sono tornati tutti i giovani avventurosi, con qualcosa di nuovo che non c’era all’andata: la voglia di vivere nel quotidiano e far conoscere a Bonate gli ideali di Emmaus. In fondo è valsa la pena di fare quel salto nel buio di cui ridiceva all’inizio.
UNA BELLA ESPERIENZA…E QUALCHE RIFLESSIONE
di Matteo Rossi
Nella vita ti capitano esperienze che, senza che te l'aspetti, ti segnano e ti conquistano. Proprio per questo hai voglia di raccontarle a tutti, soprattutto a chi condivide con te le fatiche e le gioie quotidiane. La nostra organizzazione e' anche una comunita' di persone che lotta, soffre, spera, s'incazza. E' a queste persone che vorrei raccontare l'esperienza di un campo di lavoro con la Comunita' Emmaus di Boves (CN) durante il periodo natalizio.
Innanzitutto, di cosa si tratta?
Quella di Boves e' una delle tante Comunita' Emmaus nate dal rischio e dalla lotta dell'Abbe' Pierre e dei suoi compagni, un percorso cominciato in Francia 50 anni fa. La proposta Emmaus e' molto semplice, all'apparenza rude: lavoro, servizio, lotta. E' scegliere di vivere con altre persone condividendone l'attivita' di volontario, guadagnandosi il pane col lavoro quotidiano e destinare tutto quanto va al di la' del necessario per progetti di solidarieta'. E' prendere coscienza che la vita ha un senso qualunque siano stati gli sbagli, le cadute, le dipendenze del passato.
La vita quotidiana che con altri compagni ho condiviso per una settimana e' molto semplice: otto ore di lavoro nella raccolta di materiale usato, nel riciclaggio, nella selezione e nella vendita di esso; la vita comunitaria con quella che diventa la tua nuova famiglia; la lotta contro le ingiustizie e le poverta' attraverso l'impegno su temi come il consumo critico e il commercio equo e solidale.
Questa in estrema sintesi la vita e il progetto di Emmaus, un'esperienza di "carita' politica", che non vuole fare dell'assistenza, ma vuole dare dignita', che non fa dell'elemosina, ma cerca di risolvere le cause di tante ingiustizie cominciando dalla propria vita quotidiana.
Semplice, radicale, coerente.
A Boves ho incontrato persone che, senza proclami, vivono nella coerenza di ogni giorno quello in cui io credo, come cristiano e come uomo di sinistra: la giustizia, la lotta per e con i più poveri, la semplicita' , la poverta', la ricerca di un senso profondo della vita.
Tornando a casa resta il desiderio di non disperdere le ricchezze ricevute, di condividerle e farle "fruttare" nella propria ferialita', perche' se le belle esperienze restano solo un ricordo da collezionare, allora e' inutile farle.
Come portare quello stile e quei contenuti in politica, nella sinistra giovanile, nei DS?
Parto da questa domanda per fare tre piccole riflessioni.
1. Lo stile personale. Vivere nel quotidiano scelte come quella del consumo critico, del commercio equo, della semplicita' e, per noi giovani, dello spendere solo quello che si sa di aver guadagnato, sono atteggiamenti che rendono credibile chi, come noi, certi ideali spesso li proclama e li pone fra gli obiettivi della propria azione politica. Un tempo si sarebbe forse parlato di "austerita'", oggi e' l'unica strada per essere dei politici credibili (ma anche dei credenti credibili), e' quasi una questione di moralita' politica.
2. La rappresentanza. Un partito ha il compito di rappresentare fette di popolazione, istanze, interessi, sogni. Lo si fa tramite la scelta di contenuti, obiettivi, priorita'. Ebbene, ci illuderemmo se pensassimo che il nostro partito rappresenti una grossa fetta di queste particolari ma diffuse realta' sociali. Forse anche per colpa nostra, di alcune nostre posizioni e contenuti: dei nostri sorrisi disillusi davanti al viaggio in Africa del segretario Veltroni e delle nostre campagne "Per l'Africa" rimaste ipocrite intenzioni stampate sui manifesti della Festa dell'Unita'. Colpa della nostra rinuncia a dire che il tema della sicurezza e' sacrosanto, ma che va messo accanto a quello dell'integrazione, e che l'ipocrita slogan "aiutiamoli a casa loro" andrebbe sostituito con "cambiamo vita a casa nostra", perche' l'elemosina non serve a nessuno, serve un cambiamento negli equilibri mondiali, che può cominciare dal nostro quotidiano. Di cosa devono parlare la sinistra e i giovani di sinistra se non di questo? Che cosa chiede la parte migliore dei giovani di Tor Vergata e di Seattle se non un senso profondo nelle scelte di ogni giorno agganciato ad un Ideale per cui vivere e lottare anche se non saremo noi a vedere i risultati di queste lotte?
3. Il futuro dei partiti. La sociologia ci dice che i partiti, intesi come organizzazioni e strumenti di partecipazione, hanno vissuto in questi anni, chi più chi meno, un passaggio dal "partito burocratico di massa" al "partito elettorale-professionale", un cambiamento frutto della modernita', dell'aumento dei livelli d'istruzione e del livello di vita di molte classi sociali, della societa' sempre più molecolare e frammentata. Caratteristiche di questo mutamento sono: una de-ideologizzazione, una concentrazione della propaganda su temi generali condivisi da amplissimi settori dell'elettorato, una perdita del senso di militanza e dell'importanza degli iscritti, il rafforzamento dei leaders nazionali. A pensarci bene, nemmeno noi siamo immuni da tutto ciò. Forse e' una fase di transizione relativamente breve e in un futuro non troppo lontano assisteremo all'irruzione sulla scena politica di nuovi attori che tenteranno di dar vita a nuove e stabili forme di identita' collettive. Il futuro delle democrazie occidentali dipendera' anche dalle caratteristiche di queste nuove forme organizzative. Spesso queste novita' partono difficilmente dall'interno di un sistema istituzionalizzato, l'innovazione arriva per lo più dall'esterno. Corriamo il rischio di essere spazzati via come roba vecchia. Per evitarlo, dobbiamo immetterci nel solco di questo cambiamento, cominciando a dialogare anche con le più diverse "esperienze di base", senza aver paura di lanciare ponti e di cambiare. Magari, col senno di poi, scopriremo di aver vissuto un'epoca di passaggio, e di aver avuto un ruolo di "traghettatori" verso ciò che oggi non immaginiamo ancora.
Sono queste, a mio avviso, alcune delle "domande aperte" che la sinistra ha davanti a se'. Una sinistra che vuole coniugare identita' e innovazione, che sceglie di stare nella modernita', in una societa' mobile, dinamica e aperta senza perdere i propri valori, antagonismi, un forte profilo ideale e politico.
E' aperto il dibattito…